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Ipercorpo 2020Festival internazionale delle arti dal vivo

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La diciassettesima edizione di Ipercorpo, il Festival internazionale delle arti dal vivo, organizzata in due parti, sviluppa il tema del tempo reale, affrontato attraverso le consuete sezioni dell'arte contemporanea, della musica, della danza e del teatro. 
Quest'anno Ipercorpo ha l'obiettivo di costituire un'opportunità per gli artisti affinchè possano farsi conoscere meglio, affinchè possano entrare in intimità con il pubblico, instaurando un rapporto proficuo tra chi fruisce delle opere e il cratore di queste ultime. A cura di Claudio Angelini e di Mara Serina per la danza e il teatro, con il supporto di Valentina Bravetti, e di Elisa Gandini e di Davide Fabbri per la musica, il nuovo Ipercorpo ha luogo negli spazi all'aperto dell'ex deposito EXATR e nel futuro auditorium dell'EXGIL, in anteprima dal 25 Settembre 2020 al 27 Settembre 2020 e - in prima parte - dal 1 Ottobre 2020 al 4 Ottobre 2020.

Consultare il programma completo nell'allegato in fondo alla pagina, alla voce "Risorse".

TAKE CARE. Una riflessione di Mara Serina, co-curatrice Sezione Teatro, curatrice Italian Performance Platform e ideatrice Masterclass Scena Europa

In questo periodo sospeso ci si interroga sulle forme possibili che consentano allo spettacolo dal vivo di andare avanti e di poter essere rappresentato. Si cercano delle alchimie, si va dalle piattaforme simil Netflix per seguire online gli spettacoli alle formule drive-in o bike-in, in cui affidare alle auto o alle bici la garanzia di un efficace distanziamento sociale. Ma forse, nel cercare a tutti i costi qualcosa, si finisce per perderlo di vista, per tradirne il senso. Così ci stiamo dimenticando che lo spettacolo dal vivo è tale perché vive solo in presenza, nell’incontro reale dell’artista con lo spettatore che sospende la propria routine quotidiana, si nutre di bellezza, emozioni e pensieri, per tornare a vivere nel tempo presente con maggiore consapevolezza. Ci stiamo dimenticando che lo spettacolo dal vivo è anche una splendida occasione di socialità e di incontro, pensiamo in particolare ai festival e al loro clima di “comunità festiva” in cui le persone trascorrono del tempo insieme. Creare occasioni di “sospensione del quotidiano” per poi inserire mascherine, guanti, distanze, disinfettanti, ossia elementi che ricordano in ogni istante un quotidiano ossessionante, è un contro senso e sottopone l’intero sistema culturale al rischio di un corto circuito. Immaginare misure di sicurezza senza tener conto del fatto che forse molti spettatori a queste condizioni e con queste misure non se la sentono di assistere ad uno spettacolo, mette in campo il rischio di allontanare il pubblico anziché avvicinarlo.
Concentrare i nostri sforzi per realizzare oggi, ad ogni costo, uno spettacolo, è un po’ come accanirsi a voler far indossare ad una delle sorellastre la scarpetta di Cenerentola.

Mi chiedo se forse, in questo tempo sospeso, dar vita allo spettacolo dal vivo non consista piuttosto in qualcosa di differente rispetto alla messa in scena.
Mi sembra sia il tempo di dire con chiarezza che a queste condizioni lo spettacolo dal vivo non ha senso e non si fa, perché non si può fare.
Mi sembra sia giunto il tempo di “prendersi del tempo” per capire e riflettere sul ruolo essenziale delle arti e della cultura se vogliamo affrontare con intelligenza il presente e costruire con lungimiranza il futuro.
Deve essere una riflessione organica, capace di andare al cuore della questione ma anche al cuore delle persone, soprattutto di chi pensa che la cultura non lo riguardi e che in caso di emergenza i primi tagli da fare sono proprio qui. È il tempo della consapevolezza collettiva su che cosa è “patrimonio”, su che cosa dà senso e riempie davvero le nostre vite al di fuori dei supermercati. È questo il tempo per mettere la politica e l’opinione pubblica di fronte alle responsabilità di sostenere la cultura oggi per poter continuare a farlo domani, quando Cenerentola tornerà ad indossare la sua scarpetta. È il tempo di capire che la cultura è un lavoro, che un artista si sottopone ad un percorso complesso per portare in scena uno spettacolo e così pure un curatore per realizzare un festival. Ciò che vediamo in 60 minuti non è stato realizzato in 60 minuti, non avrà un effetto in noi di soli 60 minuti e non produrrà eco di soli 60 minuti. È questo il tempo per aprire un dialogo, per capire e comunicare le reali necessità di un artista magari a prescindere dai parametri, a volte artificiali, dei bandi per accedere ai finanziamenti. È questo il tempo per capire come rinnovare un sistema in cui un direttore artistico sotto i 35 anni è una vera mosca bianca. È questo il tempo per capire come instaurare un dialogo reale ed efficace con gli spettatori a prescindere dalle tecniche più evolute del marketing. È questo il tempo per capire come un territorio e le sue forze economiche, politiche e sociali possano trovare nei suoi eventi culturali il nucleo della propria identità e dunque la domanda di cultura sia esigenza collettiva e non dei pochi operatori del settore.
Leggere e rileggere il nostro presente da prospettive diverse, soprattutto grazie ai nuovi punti di vista che questo tempo ha generato, è un’occasione unica, serve per dare forma, forza e futuro a ciò che non abbiamo coltivato abbastanza.

LA SCELTA DEL SILENZIO È QUELLA CHE MI VESTE. Una riflessione di Elisa Gandini e Davide Fabbri, curatori Sezione Musica

"Come c'è un'arte di raccontare, solidamente codificata attraverso mille prove ed errori, così c'è pure un'arte dell'ascoltare, altrettanto antica e nobile, a cui tuttavia, che io sappia, non è mai stata data norma". (Primo Levi, "La chiave a stella")

Lo schermo è bianco, tremolante. Le parole si formano ed annullano,
in un gioco affabulatorio, in cui tutto ciò che si compone è stato
precedentemente scomposto con cura. Faccio appello al metodo che,
per eccellenza, abbiamo sentito nostro, lungo questo percorso di lavoro
condiviso in anni di passioni scandagliate, scambiate, rinnovate,
perse, consumate, ritrovate. Ti scrivo.

Il balletto bulimico di opinioni mi ha spinta fuori dai confini di un tavolo
di confronto imbandito con opulenza, verso l’osservazione,
l’ascolto, il racconto, ma non verso la produzione instancabile di nuovi modelli
e altre proposte, che pure accolgo con curiosità e fiducia.

La scelta del silenzio è quella che mi veste.

Anni trascorsi ad interrogarsi ed a ricercare una nuova qualità
dell’ascolto, in termini di scelta squisitamente personale, di presenza
al presente, scovando strade, proponendo modalità di fruizione diverse,
conquistando punti di partenza, ed ecco sopraggiungere una variabile assai
critica. Anche costretti ad ascoltare, ci troviamo per lo più inermi
e con strumenti di codifica insufficienti: dunque, chiedo, l’endiadi di vacuità
è l’unica che produce onde nello stagno in cui affondiamo i piedi?
Era musica quella che abbiamo ascoltato nelle e dalle nostre case?
Che suono era quello che ci ha inseguito in questi mesi? Ne abbiamo catturato uno, cosa rimane
o cosa si (ri)genera? Torno a (ri)lanciare il quesito.
La musica ci (ri)troverà se sapremo mantenerci vigili nell'attesa, se, per prima cosa e con urgenza estrema, torneremo abili all’ascolto ed allo sguardo.

LA RIUNIONE DEL VENERDÌ. Una riflessione Davide Ferri, curatore Sezione Arte

Durante questi mesi la riunione settimanale via skype (venerdì, ore 12) tra curatori e direttore di Ipercorpo –  l’incontro con Elisa, Mara, Valentina, Claudio e Davide – è stato un appuntamento fisso, un piccolo rito in tempo di quarantena.

Lo è stato, inderogabilmente, anche se non c’era niente di nuovo da dirsi, anche se nessuno di noi aveva troppa voglia di lanciarsi in previsioni e discussioni sui massimi sistemi, anche se la conversazione era segnata da divagazioni e silenzi.

Nessuno di noi ha mai sottolineato in modo troppo enfatico i dubbi, o l’eccezionalità della situazione che Ipercorpo si trova a vivere: pur identificandosi con uno spazio preciso (l’ex deposito ATR, in via di ristrutturazione), Ipercorpo ha infatti saputo adattarsi negli anni a diversi luoghi e condizioni di esistenza, e ogni cambiamento o passaggio è stato un’occasione per ridefinire la propria identità – a partire dalla parola da affiancare al nome… Evento? Festival? Come utilizzarle schivando il fastidio provocato dall’abuso che se ne fa da diverso tempo a questa parte? – e le forme di incontro tra opere e spettatori: Elisa e Davide, per esempio, lavorano già da qualche anno sulla condivisione dell’ascolto di musica riprodotta, in assenza del musicista, con un pubblico raccolto in una stanza, o in punti diversi dello spazio del festival.

Nelle riunioni del venerdì si finiva per ribadire sempre la stessa cosa, come un chiodo fisso.

C’è un nucleo solido all’interno di Ipercorpo: l’esperienza dal vivo, l’irrinunciabile momento in cui attori e spettatori sono gli uni di fronte agli altri, e gli spettatori formano una specie di comunità temporanea, il pubblico.

E le arti visive? Le arti visive hanno invece suggerito in diversi momenti della loro storia recente la possibilità che l’opera si possa anche non vedere, o vedere distrattamente, o vedere con la coda dell’occhio.

Non basta forse una breve descrizione, una piccola frase, per esaurire attraverso la parola l’esperienza di un ready made o di molte altre opere che trafficano con l’idea di ready made duchampiano? E siamo sicuri che i lavori – che so, giusto per fare un esempio – di Maurizio Cattelan nascano per essere visti dal vivo più che chiacchierati e discussi negli spazi della comunicazione?

Eppure all’interno di Ipercorpo l’arte è sempre stata qualcosa di cui fare esperienza dal vivo, in modo, mi vien da dire, “performativo” (non sto parlando di performance, di quelle ce ne sono state pochissime nelle edizioni passate, proprio per evitare pericolose collisioni con le altre proposte del festival).

Mi riferisco al modo in cui l’arte viene fruita: le opere collocate in spazi adiacenti a quelli del teatro e della musica, con il pubblico che le incontra incidentalmente oppure perché sollecitato da una specie di passaparola spontaneo. Il curatore che aspetta che si raduni un piccolo gruppo per una visita. Il dialogo della domenica pomeriggio con gli artisti invitati, un momento sempre segnalato all’interno del programma, come uno degli spettacoli.

Voglio dire: l’attività discorsiva, il racconto, da svolgere sempre al cospetto delle opere, è diventato sempre più importante dentro Ipercorpo. È stato così nell’edizione del 2018 “Il padre”, in cui le opere erano punti da cui si dipanavano i fili di storie di persone vere, di padri naturali ed elettivi, e nell’ultima edizione, “La pratica quotidiana” (2019), in cui la sezione arte diventava luogo del fare, in evoluzione, uno spazio di confronto quotidiano tra artisti e pubblico.

E la sezione arte del prossimo ottobre, invece, quella di “Tempo reale”?

Ci sarà modo di raccontarla  –  non qui, non adesso  –  ma quello che mi preme dire ora è che i vincoli, le restrizioni, i limiti, spero rafforzeranno, è perfino retorico dirlo, le forme di quell’esperienza dell’opera di cui ho parlato sopra.

Dunque: quattro artisti e una sola opera al giorno, una per ognuno dei giorni del festival, e le parole attorno ad essa in presenza dell’artista, magari verso sera o poco prima della chiusura.

Risorse: comunicato_stampa_ipercorpo_2020.pdf

Tags: ipercorpo, ipercorpo2020, arti, arte, art, festivaldellearti, festivalinternazionale, festival, creativita
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