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Maiden VoyageCollettiva, presentata dalla galleria Monitor di Lisbona, con i lavori di Ursula Mayer, Nathaniel Mellors, Laurent Montaron, Alexandre Singh e Guido van der Werve

Maiden Voyage

fino al 28 maggio 2021

MONITOR Lisbona
, Rua Dom João V 17A, Lisbona, Portogallo

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MONITOR Lisbona presenta Maiden Voyage, una mostra collettiva che raccoglie i primi lavori video di Alexandre Singh, Guido van der Werve, Laurent Montaron, Nathaniel Mellors e Ursula Mayer, a cura di Mattia Tosti.
Maiden Voyage è una frase usata per indicare il primo viaggio di una nave verso il mare, di un aereo verso il cielo, o di altri veicoli in movimento verso il suo scopo specifico, così come può essere usata per descrivere la prima esperienza di qualcuno. Da un punto di vista storico, le prime opere sono spesso il preludio per una narrazione retrospettiva sulla carriera di un artista. Possono spesso rivelare i temi principali, l'estetica, le sequenze e le progressioni che ricorrono lungo il loro percorso; o possono semplicemente fornire un punto nel tempo che dà una prospettiva sulla distanza tra il loro lavoro precedente e quello attuale. Prendendo questa frase come titolo della mostra, ci proponiamo di esplorare il significato delle opere create all'inizio di un'opera artistica, facendo luce sulle intenzioni, i contesti e le atmosfere che hanno circondato la concezione e la produzione dei primi video di cinque artisti rappresentati dalla galleria.

Per approfondire questi cinque momenti iniziali, cinque scrittori e curatori (Ana Cachola, Cristina Sanchez-Kozyreva, Joao Silvèrio, Josè Pardal Pina e Luís Silva) sono stati invitati a scrivere un testo su una delle opere presenti in mostra. Oltre ai testi dei curatori ospiti, in uno spazio di visualizzazione dedicato sul sito della galleria, sarà possibile consultare cinque interviste tra Mattia Tosti e ogni artista partecipante, con l'intenzione di esplorare ulteriormente la relazione tra il loro lavoro passato, presente e futuro.

Maiden Voyage, mostrando opere precedenti di artisti che hanno già esposto i loro ultimi lavori a MONITOR Lisbon (Guido van der Werve e Laurent Montaron), vuole stimolare una narrazione retroattiva sulle loro carriere. Mentre per gli artisti che non hanno esposto nella nostra galleria in Portogallo (Alexandre Singh, Nathaniel Mellors e Ursula Mayer), vogliamo introdurre il pubblico portoghese al loro lavoro dando loro l'insolita possibilità di vedere i primi passi di un artista affermato. Oltre a ciò, questa mostra serve come pretesto per raccontare una parte della storia della galleria, attraverso le prime opere dei suoi artisti che operano con questo medium.

Laurent Montaron
Readings
Testo di Cristina Sanchez-Kozyreva

Sfidare le convenzioni del linguaggio filmico attraverso un assemblaggio frammentato di narrazione, spazialità e temporalità è uno degli approcci più radicali della carriera di Laurent Montaron. In Readings (2005), la quasi assenza di suono lascia allo spettatore ogni possibilità interpretativa, sospendendo il tempo attraverso pause fertili nelle quali una voce fuoricampo viene sostituita da un testo sottotitolato che unisce previsioni di cartomanti raccolte dall'artista a New York, a scene dilungate che vagliano il chiaroscuro degli interni arcaici della cupola astronomica dello storico Osservatorio di Meudon.
Un indovino sa quello che vogliamo sentire, che siamo brave persone che hanno sofferto, ma che tutto andrà per il meglio. La loro terminologia stereotipata rivela come le nostre esperienze individuali, nei loro alti e bassi, così come la percezione umana sia universale. Come il cercatore di fortuna, lo scienziato cerca risposte a domande esistenziali nel mondo esteriore. Il primo si affida al misticismo per alleviare la propria ansia, il secondo raccoglie dati dalle stelle per dare un senso alla vita sulla terra. Ma i destini personali non sono immuni all'autorevolezza dell'osservazione scientifica - e dai camici bianchi ad essa associati - infatti nell'antichità l'astronomia e l'astrologia erano due facce della stessa medaglia. Readings armonizza il ritmo dilatato dei pronostici speculativi con le rotazioni lente della cinepresa, sincronizzate con il moto del cielo e con il pesante macchinario della tavola equatoriale, ma entrambi inseguono le proprie traiettorie - due mondi distanti che Montaron mette in parallelo. In questo lavoro, Montaron dopo aver fatto immedesimare lo spettatore con il testo sottotitolato,lo disorienta con un'enigmatica scena finale violenta e carica di mistero, che ricorda un incubo ad occhi aperti; mentre nel frattempo regala un'esperienza cinematografica in cui le nostre vulnerabilità inconsce guardano in faccia lo studio dell'universo, entrambe parte della stessa battaglia per trovare il nostro posto nel mondo.

Guido van der Werve
Suicide 8945 till 8948
Testo di João Silvério

Uno dei primi lavori di Guido van der Werve, il video digitale intitolato Suicide 8945 till 8948 (2001) è il primo in questo formato. Il video si svolge in un breve arco/lasso di tempo di un minuto e con il suo pezzo successivo intitolato Nummer twee. Solo perché sono qui non significa che voglio (2003), che è lungo tre minuti e otto secondi, rappresenta il più breve della sua produzione artistica.
Sebbene i video realizzati a posteriori abbiano una durata più lunga e implicano azioni e narrazioni più complesse, conservano l'essenza delle caratteristiche dei suoi lavori iniziali: sono azioni performative in cui l'artista è protagonista dei film, dimostrando il suo interesse per performance art, cinema e musica, interpretati e composti dallo stesso van der Werve. Nelle due opere sopracitate, la possibilità della morte, concepita come una caduta nel senso più classico del termine, o come la tragedia del personaggio interpretato dall'artista, è una presenza costante che rivela una tensione sui limiti del proprio corpo e della propria esistenza fisica ed emotiva. In queste opere traspare una pulsione introspettiva e psicologica, uno stato emotivo che si sposta tra malinconia e senso di disincanto o dubbio permanente. In Suicide 8945 till 8948, questi segni di dubbio si manifestano attraverso un movimento molto lento dello sguardo dell'artista, colto tra una ricerca vagante e un confronto con la macchina da presa. L'azione, violenta e radicale come suggerisce il titolo dell'opera, introduce lo spettatore alla figura di un giovane, l'artista, posizionato al centro dell'immagine con una siepe di fogliame verde sullo sfondo. Il giovane impugna una pistola e si suicida sparando un primo colpo alla testa.
Eppure sembra che non succeda nulla, a parte il sangue che sgorga sul fogliame verde. Il giovane resta immobile, il volto inespressivo mentre ripete la stessa azione nel tempo in una sequenza di quattro inquadra ture. Nei brevi intervalli tra uno scatto e l'altro, il suo sguardo si muove, rivolto per un momento verso il punto di vista dello spettatore; solo nell'ultima inquadratura il sangue viene proiettato accidentalmente sulla sua spalla sinistra. Nonostante la figura centrale del ritratto, il verde circostante e l'espressione introspettiva del volto mostrino un'atmosfera romantica ma allo stesso tempo depressiva e tragica, tuttavia l'azione violenta si trasforma in un atto assurdo, ripetitivo e automatico. La presenza della morte come proprio annientamento può rappresentare una metafora dell'impossibilità relazionale con l'Altro.
Quell'Altro può essere uno di noi che non reagisce al gesto dell'artista, qualunque esso possa essere, da qualche parte tra stranezza e alienazione, che sono dislocate nello sguardo dello spettatore.

Nathaniel Mellors
MACGOOHANSOC
Testo di José Pardal Pina, Umbigo Magazine

MACGOOHANSOC (2005), di Nathaniel Mellors, è un video assurdo, esilarante, sorprendente. Come tutti i pezzi sarcastici e ironici, è un'opera che sotto quello strato epidermico umoristico ne nasconde uno più profondo, denso di critiche, satira e verità trasversali. MACGOOHANSOC cerca nella risata uno strumento intellettuale per la decostruzione politica, sociale e culturale della normatività predominante: lo si guarda con esilarante incredulità, lo si scopre con disarmante lucidità.
Il lavoro di Mellors è una costruzione "spastica" di artefatti comici, che devono essere purificati attraverso il testo, il contesto, l'ipertesto, il linguaggio che lo determina e il linguaggio che lo attornia - di tutte le parole, i suoni, i gesti e le immagini che sono inglobati fra le righe del nesso sottointeso. L'uso della pantomima, dell'ironia, della musica, della cultura pop britannica, degli psichedelici e della satira - strumenti comuni nella sua pratica artistica - costringono lo spettatore ad un intensificato esercizio interpretativo, a svelare l'aspetto delle cose e dei fenomeni artistici.
In MACGOOHANSOC la protagonista conduce le varie scene come se fosse una candidata politica inglese. Ma lei è solo un corpo - il corpo dell'attore Patrick McGoohan, uno spirito libero e " vagante liberamente per tutto il continente alla ricerca di un vascello appropriato da possedere". È il dualismo portato al suo estremo, all'aneddotico, al fumettistico - la "critica della ragione cinica" come proposto da Peter Sloterdijk e dai cinici greci, in particolare da Diogene. Mellors prende in giro i vecchi concetti, lacera il velo quasi opaco che copre la vera realtà. Il video è una macchinazione biografica che diventa un manifesto- ed è nel corso di questo che lo spettatore diviene consapevole della dubbia costruzione del video, dello scontro tra immagine e messaggio, tra testo e contesto.Nel video, l'atmosfera comica e musicale conduce gradualmente al sospetto. Qualcosa di profondamente insidioso è scritto nelle parole di questo personaggio: "Libertà?! Dobbiamo ringraziare i poveri. Grazie povero! Po, po, poveri! Non c'è libertà nell'idea che tutti noi potremmo arrivare al successo. La libertà è relativa. Non siamo fratelli e sorelle? Non abbiamo alcun diritto individuale alla felicità, ai figli o alla ricchezza".
Da questo punto di vista, se dovessimo spiegare MACGOOHANSOC, potremmo dire che cerca il suo significato dopo la rabbia dell'individualismo neoliberista della Thatcher e il desiderio revivalista di un collettivismo comunista - a metà strada tra l'ipocrisia occidentale e l'opacità austera e totalitaria dei regimi orientali. L'ideologia confisca le risate. La politica è l'assurdo che la risata scopre. E l'arte di Mellors nasce da questa spaccatura, da questo campo dell'antitesi, degli antonimi, degli opposti, di qualcosa e del suo contrario - nasce, quindi, da questa perplessità. L'aspetto illogico cede il posto al fondamento logico. L'umoristico cede il posto allo sconcertante, ed è qui che si comprende il saggio sull'umorismo, la risata, la comicità, la noia sottintesa in MACGOOHANSOC. Perché: qual è la banalizzazione e normalizzazione della facoltà critica propria della risata? Cos'è l'umorismo senza conseguenze, la satira senza azione? Qual è la risata nichilista, priva di critiche politiche, di motivazione costruttiva e trasformativa? Che cos'è l'assurdità senza la conclusione significativa - l'assurdità come fine a se stessa e non come modo di criticare? Nella vacuità dell'umorismo, della risata solo per amor di ridere (della risata fine a se stessa), si manifesta la strada che conduce al disastro, del pericolo e del totalitarismo pestilente che compromette la libertà individuale. Alla fine emerge il percorso verso la sterilizzazione della vita.
MACGOOHANSOC, quindi, richiede riflessione e diventa sintomatico di una modernità divisa, inconciliabile, confusa, estrema che ne chiede il senso, non importa quanto transitoria possa essere.

Ursula Mayer
INTERIORS
Testo di Ana Cachola

Tra denotazioni e connotazioni, la parola o l'idea di interno viaggia attraverso diversi territori che si riferiscono a categorie geografiche, spaziali e architettoniche, corporee (nelle dimensioni fisiologiche e psicologiche) o oggettuali. L'interno può essere (interno a qualcosa) o stare (dentro qualcosa). Può essere rifugio, ricettacolo, invisibile, luogo mentale e psicologico, spazio privato, nascondiglio e oblio.
Nell'opera Interiors (2006), di Ursula Mayer, questi vari strati di interiorità vengono convocati, insinuandosi in un'immagine in movimento inter-significante che è verosimile solo nella sua condizione di finzione. Due donne, di età (tempi?) diversi, attraversano la casa dei coniugi Ernö e Ursula Goldfinger, in un incontro che non avviene mai.
Questa casa, situata a Londra, era, negli anni '30, un luogo d'incontro di figure moderniste - come gli stessi Goldfinger - e ospita una collezione d'arte del XX secolo. Il canone modernista (maschile e patriarcale) è in contrasto, in quest'opera, con la presenza delle due donne, ma anche con la replica di una scultura di Barbara Hepworth che Mayer inserisce all'interno della casa. Anche se Hepworth non ha mai fatto parte della cerchia di Goldfinger, la scultura dell'artista britannica dilata il potere speculativo e storico della composizione filmica.
Non c'è una narrazione sostenuta da una visualità lineare, in quanto le cornici immaginarie, individualmente e nel loro insieme, contengono storie e la Storia in possibilità retrospettiva e prospettica. La (iper) tensione soggettiva che ogni elemento possiede - le due donne, la casa, la scultura - rivela il riconoscimento del fallimento meta-narrativo e conferma che non si saprà mai se questo è il modo in cui è (o qualsiasi altra cosa) realmente accaduto.
In co-presenza con i referenti storici è, latente, il (ri)fare mnemonico del passato che diventa visibile nel fascino sinestetico di Interiors.
L'eco, presente sia nella musica che nel suono risultante dai movimenti dei personaggi attraverso la casa, interpella sensorialmente l'osservatore, che è chiamato ad abitare l'architettura del tempo creata da Mayer.
Ci sono, quindi, in questi diversi interni, temporalità sovrapposte che mettono in discussione la relazione, e persino la contraddizione, della successione cronologica, dei momenti della Storia dell'Arte, il precedente e il successivo. L'assenza di dialogo o di ancore linguistiche non impedisce al film di dire e produrre significati; e lo fa attraverso una combinazione di icone, indici e simboli che si articolano per offrire diverse percezioni della realtà. Tuttavia, in Interiors, come in molti dei film di Ursula Mayer, la realtà è percezione e non resta che costruire attraverso di essa.

Alexandre Singh
The Marque of the Third Stripe
Testo di Luís Silva

Nel cuore delle Alpi, un imponente castello getta un'ombra minacciosa su Herzogenaurach, un piccolo paese di montagna. Sebbene il suo esterno sia antico, danneggiato, una vera stravaganza gotica; l'interno non potrebbe essere più distante da tale immaginario romantico: tutto è il risultato di un design modernista. Le cripte e i passaggi sotterranei sono lanciati nel cemento, le pareti sono lisce e fresche al tatto e tutti gli angoli sono dritti. Questo è il centro nevralgico dell'Adidas ed è in questo misterioso palazzo di produzione che vengono fabbricate le scarpe da ginnastica di grande qualità del marchio a tre fasce, fornendo così lavoro e controllando l'intera popolazione della piccola città alpina.
È così che Alexandre Singh reimmagina la storia di Adidas e del suo fondatore, Adolf "Adi" Dassler. La scrittura gioca un ruolo centrale in tutti i progetti di Singh, indipendentemente dalle forme che può assumere. Alla base del suo approccio c'è sempre l'interesse a sfidare modi tradizionali e lineari di narrare gli eventi, come nel caso di The Marque of the Third Stripe, un progetto ambizioso e poliedrico di cui vengono ora presentati il video e il libro d'artista.
La narrativa faustiana di The Marque of the Third Stripe (2007) è raccontata nello stile della letteratura gotica e romanza la vita di Adi Dassler in un mondo in cui i riferimenti geografici e temporali sono invertiti: l'America è ora il "vecchio mondo" mentre l'Europa rappresenta un nuovo continente pronto per essere scoperto, esplorato e colonizzato, terra di pionieri il cui obiettivo è estendere i confini e espandere gli orizzonti, e dove i nativi non sono altro che un gruppo di primitivi ossessionati dalle forme astratte. La narrazione intreccia cultura contemporanea, capitalismo, mitologia e antichi rituali in una struttura che punta a raccontare la nascita e l’ascesa dell'impero Adidas e la sfera di controllo che esercita sia sui lavoratori che sui consumatori.
Il libro d'artista, presentato nella prima sala della mostra, compone la storia in sei parti, che costituisce la spina dorsale dell'intero progetto, oltre a nove saggi scritti nello stile delle voci di Wikipedia, diciotto immagini e il Dizionario di un Synæsthetic Language, un dizionario di geroglifici grafici che Singh ha creato per il progetto.
Nel video di The Marque of the Third Stripe sei donne portoghesi narrano gli eventi in modo lento e monotono, creando un registro ipnotico che è profondamente in contrasto con il tono drammatico e la natura gotica della narrazione. Sebbene la nazionalità delle donne non sia di particolare importanza nel contesto della storia, il loro accento portoghese finisce per aggiungere tutta un'altra dimensione al carattere ipnotico del pezzo. Visivamente, il film presenta una serie di simboli e schemi astratti generati dal computer che corrispondono alle parole chiave della narrazione e che si evolvono e cambiano sincronicamente con ciò che viene raccontato. La combinazione tra suono e immagine cerca di simulare nel visitatore uno stato ipnotico non dissimile da "runners high", una sorta di trance o stato alterato di coscienza causato da un'improvvisa scarica di endorfine derivante dalla pratica di un'intensa attività sportiva, come la corsa, e caratterizzato da una sensazione generalizzata di benessere e invulnerabilità.

Tags: monitorlisbona, galleriamonitor, mostrelisbona, maidenvoyage, alexandresingh, guidovanderwerve, laurentmontaron, nathanielmellors, ursulamayer, arte, art, exhibitions, lisbona
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